
Tra obblighi AGCOM, bundle mensili e scarsa visibilità commerciale, cosa sta succedendo davvero alle SIM senza canone di abbonamento in Italia
Le SIM a consumo nascono nell’epoca del pay per use: paghi solo se utilizzi traffico.
Oggi il mercato è dominato da bundle e abbonamenti mensili.
AGCOM ha riaperto il confronto sulla cosiddetta “tariffa base”, dopo che un operatore l’ha definita anacronistica.
Ma nella prassi commerciale le SIM a consumo sono quasi invisibili: esistono davvero o solo sulla carta?
C’è una SIM a consumo che resta attiva per anni senza che nessuno la utilizzi davvero. Non fa chiamate, non genera traffico dati, non manda SMS. Magari serve solo per ricevere un codice di autenticazione ogni tanto, oppure per mantenere associato un numero a un’app di messaggistica.
Dal punto di vista dell’utente non genera spese e proprio per questo viene percepita come neutra. Eppure quella SIM continua a esistere nei sistemi dell’operatore.
È da qui che riparte la riflessione che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, l’AGCOM, ha rimesso al centro del confronto tornando a parlare di quella che tecnicamente viene chiamata “tariffa base”, ma che nel linguaggio comune è molto più semplicemente una SIM a consumo.
SIM a consumo e modello pay per use: perché nascono
Nel 2009 il mercato mobile era dominato dal pay per use. Le offerte erano costruite sul traffico effettivo: minuti a pagamento, SMS a pagamento, traffico dati marginale. In quel contesto, una SIM a consumo senza traffico non generava addebiti. Se non usi, non paghi.
La regolazione prendeva atto di questo equilibrio.
La delibera 326/10/CONS sanciva l’esistenza di un piano base privo di canone, coerente con quel modello tecnologico e commerciale.
SIM a consumo nel 2026: bundle, Wi-Fi e app OTT
Oggi lo scenario è molto diverso. Le offerte sono bundle mensili, spesso con traffico dichiarato come illimitato. Il numero di telefono è diventato una chiave di accesso ai servizi digitali.
Applicazioni come WhatsApp utilizzano il numero come elemento identificativo, mentre il traffico può transitare su reti Wi-Fi o su connessioni diverse da quella dell’operatore che ha emesso la SIM.
In questo contesto, una SIM a consumo può rimanere attiva per anni senza generare traffico verso l’operatore.
Ed è qui che nasce il tema.
Cosa dice la delibera 106/25/CONS sulle SIM a consumo
Nella delibera 106/25/CONS, al punto 3.6, un operatore ha definito l’obbligo della tariffa base “anacronistico”, osservando che era stato concepito in un’epoca dominata dal pay per use.
Secondo quanto riportato nel testo, alcune SIM a consumo verrebbero oggi mantenute attive esclusivamente per conservare un numero associato a servizi digitali, senza generare traffico. Il mantenimento della numerazione comporterebbe comunque costi tecnici e organizzativi — gestione nei sistemi HLR, anagrafica cliente, dimensionamento delle strutture di supporto — senza un corrispettivo economico diretto.
L’operatore propone due possibili strade:
- consentire un micro-importo fisso mensile, anche di valore contenuto
- oppure imporre lo stesso obbligo a tutti gli operatori, per evitare disparità
La questione, quindi, non è solo tecnica ma anche concorrenziale.
Ma le SIM a consumo esistono davvero sul mercato?
Qui entra un elemento meno normativo e più concreto.
Pur essendo previste a livello regolatorio, le SIM a consumo non compaiono tra le offerte promosse con grande enfasi sui siti degli operatori principali. Nei listini business non sono evidenziate. Nei punti vendita, quando vengono richieste, spesso l’interlocuzione viene orientata verso abbonamenti o bundle.
Questo non implica necessariamente una volontà di occultamento. Può essere letto alla luce degli incentivi commerciali: oggi il modello economico è basato su ricavi ricorrenti, non su traffico occasionale.
Resta però una domanda legittima: una SIM a consumo è realmente accessibile all’utente medio oppure esiste solo formalmente?
Disponibilità regolatoria e visibilità commerciale non sempre coincidono.
Il nodo culturale: la logica del pacchetto
In un mercato abituato a ragionare quasi esclusivamente in termini di canone mensile e giga inclusi, la SIM a consumo rappresenta un’anomalia concettuale. Non perché sia sbagliata, ma perché rompe la logica dominante del “pacchetto”.
Quando un modello non è più centrale nell’economia di un settore, tende a diventare marginale anche nella comunicazione. Non sparisce necessariamente sul piano normativo, ma si allontana dalla pratica quotidiana.
La questione non è stabilire se la SIM a consumo sia giusta o superata. È capire se uno strumento pensato per un contesto tecnologico diverso possa continuare a funzionare in un mercato che nel frattempo ha cambiato struttura.
Cosa significa per le PMI
Se in azienda hai SIM per antifurto, router di backup, reperibilità o linee di emergenza, il tema non è teorico.
Capire se esistono davvero SIM a consumo attivabili e quali costi impliciti possano emergere nel tempo è una questione di governo dell’infrastruttura.
Non è una scelta ideologica. È una scelta gestionale.
SIM a consumo e sostenibilità della rete
Il punto, in fondo, riguarda l’equilibrio tra tutela dell’utente e sostenibilità industriale.
Considerare la connettività come qualcosa che debba essere sempre attiva e priva di costo strutturale può sembrare vantaggioso nel breve periodo. Allo stesso tempo, l’infrastruttura non smette di avere un costo solo perché non viene utilizzata.
La consultazione avviata da AGCOM sembra voler comprendere quale disciplina sia ragionevole e proporzionata.
Per chi gestisce linee mobili in azienda, la questione delle SIM a consumo non riguarda soltanto l’esistenza o meno di un piano senza canone, ma il modo in cui si governa un’infrastruttura che resta attiva nel tempo, anche quando non produce traffico.
La telefonia, in questo senso, non è una somma di offerte commerciali, ma un sistema che va osservato nella sua interezza. E ogni sistema ha costi, equilibri e responsabilità.
Se ti interessa capire perché la telefonia non è solo una voce di costo ma un’infrastruttura da governare, qui trovi il mio Manifesto per le PMI.
SIM a consumo (o SIM con tariffa a consumo)
È una SIM senza canone mensile fisso. Paghi solo quando effettui chiamate, invii SMS o utilizzi traffico dati.
Pay per use
Modello tariffario “paghi quello che usi”. Se non utilizzi il servizio, non spendi nulla.
Bundle
Offerta a pacchetto con un costo mensile fisso che include minuti, SMS e giga. È il modello oggi dominante nel mercato mobile.
Tariffa base
È il piano minimo previsto dalla regolazione, senza abbonamento, che consente di mantenere attiva una SIM pagando solo il traffico effettuato.
Over The Top (OTT)
Servizi digitali che funzionano sopra la rete degli operatori, come app di messaggistica o chiamate via internet. Utilizzano la connessione dati senza essere operatori telefonici tradizionali.
HLR (Home Location Register)
È il sistema tecnico che “tiene in memoria” le informazioni delle SIM attive sulla rete mobile. Anche una SIM che non viene usata deve essere registrata qui.
Micro-canone
Un eventuale piccolo importo mensile fisso, ipotizzato da alcuni operatori per coprire i costi di gestione di una SIM anche se non genera traffico.
Prima di parlare di costi, conviene capire cosa sono davvero e quale funzione svolgono.
Se vuoi fare un’analisi concreta delle SIM presenti nella tua azienda, puoi scrivermi:
📩 massimo.marucci@telefoniafacile.com
📱 WhatsApp: 3465009751

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