Gli smartphone e i tablet hanno modificato molte delle nostre abitudini, molte delle nostre modalità di comunicazione. Ma quanto stanno cambiando anche il nostro immaginario? Per capirlo, Telefonia Facile ha scambiato quattro chiacchiere con Antonio Carnevale, giornalista, ma anche critico d’arte impegnato in un particolare progetto di ricerca dal titolo Conceptual fine arts che mette insieme arte e web.
La tecnologia sta cambiando il nostro immaginario?
La tecnologia sta cambiando tutte le arti, e di conseguenza anche il nostro immaginario.
In che modo?
Oggi chi frequenta i social network vede e si scambia una quantità enorme di immagini. Si stima che ogni giorno se ne carichino oltre 100 milioni grazie anche a tablet e smartphone. Ebbene, gran parte di queste sono opere d’arte, ovvero dipinti, sculture o installazioni, che però non sempre sono accompagnate dalla didascalia originale o dalla fonte. Si tratta di immagini che acquisiscono una vita propria, indipendentemente dall’artista che ha prodotto l’opera, o dallo scopo per cui sono state scattate. Possono infatti essere rielaborate, o inserite in nuovi contesti, così il loro aspetto e il loro senso cambiano ogni volta che passano di mano.
Cosa comporta tutto questo “traffico” di immagini?
Tutto ciò fa sì che anche un pubblico non direttamente interessato a musei o gallerie venga a contatto con le opere che qui di solito si incontrano. In definitiva, dunque, possiamo dire che i social network, e i dispositivi che ne consentono l’utilizzo, hanno aumentato il pubblico dell’arte, influenzandolo, anche se non sempre questo pubblico è consapevole di avere a che fare con materiale artistico.
Ma la tecnologia sta anche avendo effetti sul modo di fare arte?
Restando sul tema dei social network, probabilmente si può affermare che la tecnologia sta influenzando il gusto corrente. Non tutte le opere d’arte sono ugualmente fotogeniche per il web o per i display dei vari smartphone e tablet: alcune sono più efficaci di altre che richiederebbero magari formati più grandi o un tempo di fruizione più lento. Così è probabile che le opere più fotogeniche stiano ora codificando il gusto estetico delle nuove generazioni.
Lei, con il critico d’arte Stefano Pirovano, è autore del recente libro “Scene da un patrimonio”, inchiesta su come “capire e rilanciare il sistema dei beni artistici” e che sarà presentato il 27 luglio al Bolgheri melody festival con il gallerista Fabrizio Moretti e il critico Vittorio Sgarbi. Pensa che il web possa avere un ruolo per sensibilizzare gli italiani al loro patrimonio artistico?
Il web dovrebbe essere il principale mezzo per far capire ai cittadini quanta bellezza hanno ogni giorno sotto il naso e come spesso non ne siano consapevoli. Basterebbe che i musei invece di spendere soldi in mille mostre inutili e di basso profilo si dedicassero ai loro siti web, e per questi producessero contenuti all’altezza delle più grandi istituzioni museali europee. Invece in Italia nella stragrande maggioranza dei casi i siti web dei musei sono ridicoli o, peggio, inesistenti…
Insomma, dovremmo augurarci più web per tutti?
Kandinsky diceva che ogni arte è figlia del suo tempo. Noi potremmo aggiungere che oggi è anche figlia dei mezzi di comunicazione di massa. E questo è senza dubbio il momento del web e dei social network.
Che cos’è Conceptual fine arts?
E’ un progetto di ricerca, senza scopo di lucro, nella forma di un blog, è promosso dal gallerista Fabrizio Moretti, e condotto da me e Stefano Pirovano. Cerchiamo di riportare le arti del passato nell’attualità, e vice versa. E visto che il pubblico più interessante e motivato oggi frequenta i social network, è proprio da qui che abbiamo deciso di partire. Per ora stiamo lavorando su Tumblr e Facebook, ma presto svilupperemo contenuti ad hoc anche per Foursquare.


Lascia un commento