
Dovevano essere il simbolo delle smart city, ma le nuove cabine digitali TIM si sono schiantate non contro la tecnologia… bensì contro la pubblicità e il TAR
Cabine telefoniche digitali TIM: la resurrezione delle smart city
Le cabine telefoniche. C’è chi le ricorda con un pizzico di nostalgia, chi con un brivido. Erano quei parallelepipedi metallici che emanavano un odore misto di plastica arroventata e polvere, dove infilavi gettoni o schede e, molto spesso, qualche santo invocato a caso per far sì che non cadesse la linea. Poi è arrivato il cellulare, e da lì in avanti le cabine sono diventate rottami arrugginiti da film di serie B, perfette solo come scenografia per un cinepanettone o come riparo improvvisato in una notte di pioggia. Le cabine telefoniche digitali TIM dovevano essere il simbolo delle nuove smart city italiane. Un ritorno in grande stile di un pezzo di archeologia urbana che, anziché sparire, sarebbe dovuto rinascere in versione tecnologica.
Dentro ci avresti trovato un po’ di tutto:
- schermi touch per informazioni turistiche e meteo,
- ricarica per smartphone,
- chiamate di emergenza con tasto “Women+” per la sicurezza,
- accessibilità per persone con disabilità,
- servizi di ticketing e pagamenti digitali,
- persino telecamere integrate per la sorveglianza urbana.
Insomma: non più un rudere, ma una specie astronave spaziale stile STAR TREK piazzata al posto del vecchio scatolone arancione.
Cabine telefoniche digitali TIM: il piano ambizioso
Il progetto era ambizioso: 450 cabine telefoniche digitali TIM a Milano come prima tappa, per poi scalare su altre 13 grandi città italiane con circa 2.500 installazioni. Un ritorno in grande stile, utile a dare un nuovo senso urbano a uno spazio pubblico dimenticato. Un’operazione di marketing? Forse. Un’idea visionaria? Può darsi. Di certo, una scommessa interessante in un Paese che di solito le cabine le smantella e basta.
Cabine telefoniche digitali TIM: l’uomo del TAR ha detto STOP!
E qui arriva la parte divertente, o tragica, dipende da come la guardiamo. Il progetto si è fermato di colpo. Non per mancanza di soldi. Non per problemi tecnici. Non per ritardi di fornitura. 👉 Si è fermato per… la pubblicità.
Gli accusatori (in prima fila Igp Decaux e alcune associazioni di pubblicitari) sostengono che il Comune avrebbe sbagliato a firmare un accordo con TIM per lo sfruttamento degli spazi ADV: ci voleva un concorso pubblico.
Il Comune ribatte: “le cabine non sono beni pubblici, ma proprietà privata. Decide TIM”. E TIM aggiunge: “una gara internazionale per la concessionaria ADV l’abbiamo pure fatta. Peccato che molti di quelli che ora protestano… non si fossero nemmeno presentati”.
Sipario.
Risultato: cabine telefoniche digitali TIM congelate
Le cabine digitali restano nel limbo. Le vecchie arrugginite vengono smantellate a colpi di ruspa, e quelle nuove non arrivano. Il “futuro digitale” delle smart city italiane si è fermato davanti a un cartellone pubblicitario e a qualche carta bollata. Altro che innovazione: siamo sempre al palo, e non per mancanza di idee.
Innovazione vs burocrazia: 0 a 1
Ecco la sintesi brutale: in Italia i bit viaggiano alla velocità della luce, ma le carte bollate corrono sempre più veloci. Un progetto che poteva portare un pezzo di innovazione urbana concreta è stato affossato non dalla tecnologia, ma dall’eterna guerra tra concessionarie pubblicitarie, enti locali e cavilli legali. Forse allora era meglio lasciarle arrugginite: almeno lì la pubblicità non litigava con nessuno.
Conclusione
Le cabine telefoniche digitali TIM erano un’idea bizzarra ma intrigante, un tentativo di dare un’anima nuova a un reperto del passato. Peccato che, come spesso accade, l’Italia sia riuscita a trasformare un progetto di innovazione in una commedia all’italiana.
Smart city? Sì, ma solo sulla carta intestata del TAR.

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