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Il giorno in cui ho indossato il futuro (prima di tutti gli altri)

20/04/2025 by Massimo Marucci Lascia un commento

Apple Watch numero zero

Sono passati dieci anni da quella sera di aprile 2015. Milano, ristorante Carlo e Camilla. Apple presentava il suo primo smartwatch al mercato italiano. Un evento blindato, elegante, surreale. Io c’ero. E al polso avevo l’Apple Watch numero zero. Allora sembrava fantascienza. Oggi è normalità. Ma proprio per questo, vale la pena fermarsi un attimo e guardarsi indietro. Non solo per raccontare cos’è successo, ma per capire quanto (e come) siamo cambiati. Perché la tecnologia, quando è vera, non si limita a cambiare le cose. Cambia noi

17 aprile 2015 – Ristorante Carlo e Camilla in Segheria, Milano

Il ristorante di Cracco trasformato in un tempio zen della tecnologia. Niente tavoli apparecchiati. Nessun tintinnio di posate. Zero camerieri con l’aria da maître stellato. Quella sera, nel cuore della Milano elegante e creativa, non si servivano piatti, ma futuro con la presentazione dell’Apple Watch numero zero.

Era il lancio ufficiale dell’Apple Watch in Italia. Non un orologio. Non ancora. Quella sera era solo un’idea. Un’ipotesi indossabile. Un salto nel vuoto ben confezionato. E io ero lì. Al polso? Il Numero Zero. Il primo Apple Watch mostrato al pubblico nel nostro Paese.

Apple non fa eventi. Fa messe laiche (con dress code total black)

Chiunque abbia mai partecipato a un evento Apple sa che non si tratta solo di tecnologia. È coreografia. È atmosfera. È branding che ti entra nella pelle.

Il ristorante era stato completamente svuotato. Luci fredde, pulizia formale, ogni dettaglio sotto controllo.
Tutti i ragazzi e le ragazze dello staff vestiti di scuro, logo della mela bianco all’altezza del cuore. Sembrava un esercito silenzioso. Nessuna parola di troppo, solo sorrisi calibrati e sguardi curiosi verso gli ospiti.

Ti muovevi in uno spazio che sembrava una galleria d’arte dedicata al futuro. Con una sola opera da ammirare: l’Apple Watch.

Un orologio? No. Un messaggio

Quel giorno ho capito che Apple non vende prodotti. Vende promesse. E sa farlo meglio di chiunque altro.

L’Apple Watch che avevo al polso — quel famoso “numero zero” — non era ancora disponibile nei negozi. Non si poteva ordinare. Non si poteva comprare. Era lì solo per essere visto. E toccato.

Un mix di acciaio, vetro zaffiro e quel cinturino magnetico che sembrava uscito da un film di 007. Ma la vera rivoluzione era invisibile: la fusione tra tecnologia e identità personale. Un oggetto che non solo ti diceva l’ora, ma ti definiva. Ti connetteva. Ti tracciava. Ti parlava. Ti ascoltava.

Quando “smart” non era ancora una parola abusata

Nel 2015, “smart” non era il prefisso ufficiale di ogni cosa. Non avevamo ancora smart lock, smart fridge, smart TV. Parlare di orologi intelligenti era quasi esoterico. La gente guardava questi dispositivi come si guarda un esperimento giapponese.

Eppure, lì, quella sera, tutto aveva già senso. Era come se Apple ci dicesse: “Presto, questo lo avranno tutti. Ma oggi lo vedi solo tu. Goditelo.”

Il futuro è anche una questione di storytelling

Quello che mi colpì più di tutto fu la capacità di Apple di raccontare il futuro come se fosse già presente. Nessuna slide tecnica, nessuna specifica ostentata. Solo emozione. Ti mostravano l’Apple Watch e ti dicevano: “Ti migliorerà la vita.” Senza mai spiegarti davvero come.

E sai una cosa? Ci credevi. Perché in fondo non è la tecnologia che conta, ma la narrazione che ci costruisci attorno. Ed è qui che Apple stravince.

Oggi ce l’hanno tutti. Allora non ce l’aveva nessuno

Adesso l’Apple Watch lo trovi ovunque. Lo ha il dentista. Il parrucchiere. Il corriere di Amazon. A volte lo indossa anche chi ha l’iPhone 7, perché “fa figo lo stesso”. Ma nel 2015 era un oggetto di culto. Un simbolo. Una frontiera. E io ci sono stato sopra. Letteralmente.

Per la cronaca: non l’ho comprato

E ora arriva la parte tragica (per me). No, non l’ho comprato. Nonostante il colpo di fulmine, nonostante la sensazione di avere al polso il futuro, sono tornato a casa a mani vuote. Mi sono detto: “Aspetto la seconda versione”. Il classico errore del perfezionista razionale.

Risultato? L’ho poi preso dopo due anni. Quando ormai ce l’avevano anche i gatti. E ovviamente, non era più la stessa cosa.

Cosa mi porto dietro, dieci anni dopo

Oggi, dieci anni dopo quel giorno, lavoro ogni giorno con una tecnologia che sembra banale, ma che all’epoca sarebbe sembrata fantascienza. Parlo con imprenditori che ancora si chiedono se convenga passare al VoIP, e mi viene da sorridere:

“Amico, nel 2015 portavo al polso l’Apple Watch numero zero. Il futuro non bussa: entra.”

Ecco perché la vera innovazione non è mai solo tecnica. È emotiva.
È quel brivido che provi quando ti accorgi che sta succedendo qualcosa di grande.
È quella sensazione di sentirsi leggermente più avanti.
O, come nel mio caso: leggermente più figo di quanto mi meritassi.

E tu? Ti ricordi la prima volta che hai visto il futuro?

Forse non avevi l’Apple Watch al polso.
Magari era un modem 56K che faceva il rumore dell’apocalisse ogni volta che ti connettevi.
O forse era un Nokia 3210, con Snake come unica app e batterie che duravano settimane.

Ma una cosa è certa: il futuro lo riconosci solo dopo. Quando ormai è diventato quotidianità.
E a quel punto… è già ora di cambiare ancora.


Ps: Se ti è piaciuto questo salto nel tempo, sappi che oggi faccio lo stesso con la telefonia per aziende.
Con meno luci soffuse, ma con la stessa voglia di far girare la testa ai miei clienti.
Spoiler: funziona.

👉 Se vuoi leggere il mio racconto scritto a caldo, proprio dopo l’evento del 2015, lo trovi qui:

L’Apple Watch svelato all’Italia: io c’ero!

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L’AUTORE DI QUESTO BLOG

Massimo Marucci, consulente di telefonia aziendale, ritratto professionale in ufficio

Sono nato e vivo a Monza. Un diploma da Grafico Pubblicitario, un altro da Perito Commerciale e oltre vent’anni di esperienza nel mondo delle telecomunicazioni. Marito di Tiziana, padre di Francesca e (da quando è arrivato Pepe, il chihuahua adottato) pure dog-sitter part-time. Mi appassionano l’arte, la comunicazione e – ovviamente – le tecnologie.
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