
Dalle gare Infratel al progetto “Italia 1 Giga”, passando per ritardi, polemiche e miliardi di fondi pubblici. La storia di Open Fiber, il grande esperimento di rete “wholesale only” che ha cambiato — nel bene e nel male — il volto della connettività italiana
- Open Fiber è nata nel 2015 da Enel e CDP per realizzare la rete FTTH nazionale in modalità “wholesale only”.
- Gestisce oltre 156.000 km di fibra e 15,2 milioni di unità immobiliari cablate in più di 6.000 comuni italiani.
- Opera come fornitore neutrale per operatori come TIM, Vodafone, WindTre e Iliad, senza vendere ai clienti finali.
- Ha ricevuto oltre 10 miliardi di investimenti e gestisce le aree bianche in concessione pubblica ventennale.
- È al centro di ritardi, contestazioni sull’uso dei fondi e tensioni con FiberCop e Infratel.
C’è un’Italia che scava, posa cavi, chiude tombini e promette “fibra per tutti”. È l’Italia di Open Fiber, e della sua rete FTTH la società che più di ogni altra ha incarnato la speranza — e le contraddizioni — della rivoluzione digitale nazionale.
Un progetto nato per unire il Paese… e che, lungo la strada, ha finito per dividerlo tra entusiasti, delusi e “sfibrati”.
Nascita di un’idea (dicembre 2015): la fibra secondo Enel
Open Fiber nasce nel dicembre 2015 da un’idea di Enel, poi diventata una joint venture con CDP Equity.
Nel 2016 acquisisce Metroweb, la storica società milanese delle infrastrutture, completando la fusione l’anno successivo.
Dal 2021 la proprietà è condivisa tra CDP Equity (60%) e il fondo australiano Macquarie (40%), dopo l’uscita di Enel.
Il modello è chiaro: “wholesale only”, cioè costruire la rete FTTH (Fiber To The Home) e metterla a disposizione, in modo neutrale, degli operatori retail — TIM, Vodafone, WindTre, Iliad, Fastweb, e molti altri.
Open Fiber non vende abbonamenti, non installa modem e non manda SMS promozionali: costruisce, gestisce e affitta infrastrutture.
In teoria, un modello virtuoso che promuove la concorrenza e riduce i costi duplicati. In pratica, un meccanismo complesso che funziona solo se tutti gli attori si muovono allo stesso ritmo. E, come sappiamo, in Italia il ritmo lo detta quasi sempre la burocrazia.
La rete FTTH di Open Fiber: un cantiere lungo quanto la penisola
Open Fiber è la protagonista del Piano Nazionale Banda Ultralarga (BUL), avviato nel 2015 con fondi europei e statali e gestito da Infratel Italia.
Con la sua rete FTTH Open Fiber in Italia si è aggiudicata tutte e tre le gare pubbliche, impegnandosi a coprire 6.232 comuni in aree bianche — quelle a fallimento di mercato — con una concessione ventennale.
Gli investimenti complessivi superano i 10 miliardi di euro per oltre 156.000 km di fibra ottica, con 15,2 milioni di unità immobiliari raggiunte in più di 6.000 comuni.
È la rete FTTH più estesa d’Italia, e oggi circa il 56% delle linee attive passa da infrastrutture Open Fiber.
Ma dietro i numeri ci sono le penali accumulate (oltre 280 milioni di euro) per ritardi nelle consegne e una montagna di civici “coperti ma non attivabili”.
La differenza tra “coperto” e “collegato”, in Italia, è spesso questione di anni, non di metri.
Le aree bianche e la rete FTTH di Open Fiber
Nelle zone rurali, dove nessun operatore privato aveva interesse a investire, Open Fiber è arrivata con fondi pubblici, scavando strade e portando fibra dove fino a ieri c’era solo ADSL.
Un’operazione titanica, che ha effettivamente ridotto il digital divide e avvicinato l’Italia agli obiettivi della Gigabit Society europea.
Il problema è che spesso la fibra si è fermata un passo prima della porta di casa.
Civici completati ma non vendibili, scavi terminati ma dorsali mancanti, permessi in attesa, cantieri bloccati per dispute tra enti.
La fibra c’è, ma non funziona: un po’ come avere un’autostrada senza svincoli.
I successi (che non fanno notizia)
Nel mare di critiche, Open Fiber ha anche molti meriti concreti:
ha cablato borghi e zone rurali dove nessuno voleva investire; ha abbassato le barriere d’ingresso per nuovi operatori, favorendo la concorrenza; ha contribuito a standardizzare la rete FTTH come riferimento tecnologico, superando la logica “mista rame”; ha lanciato progetti di Edge Data Center, dismissione del rame e persino valorizzazione dei siti archeologici scoperti durante gli scavi (una piccola lezione di archeologia digitale).
Non è poco, per un’infrastruttura pubblica spesso trattata come se fosse un call center.
Le polemiche (che invece fanno molta notizia)
Come ogni grande impresa pubblica, Open Fiber è finita al centro di controversie e tensioni politiche che seguono alcune linee principali:
🔸 Ritardi e qualità del servizio
Sindaci, utenti e associazioni di consumatori hanno denunciato ritardi lunghissimi nelle attivazioni, anche dove la rete è già fisicamente presente.
Milioni di abitazioni risultano “sfiorate” ma non collegate, con appuntamenti mancati, tecnici fantasma e un senso diffuso di disorganizzazione.
Le recensioni online e i forum di settore raccontano la frustrazione di chi vede il tombino Open Fiber sotto casa… ma naviga ancora in 4G.
🔸 Scontri con la concorrenza
Lo scontro con FiberCop (TIM) è costante.
FiberCop ha denunciato al Governo e alla Commissione Europea un presunto aiuto di Stato illecito da 660 milioni di euro, destinato a Open Fiber per riequilibrare le concessioni nelle aree bianche.
Open Fiber e il Governo respingono con fermezza le accuse, ma la vicenda ha acceso un dibattito politico e regolatorio ancora aperto.
🔸 Estensione della rete e fondi pubblici
Alcuni operatori contestano gli emendamenti legislativi che permettono a Open Fiber di estendere la rete a civici non previsti originariamente, sostenendo che ciò possa alterare la concorrenza nelle aree grigie finanziate dal PNRR.
In parallelo, giornali e osservatori indipendenti chiedono maggiore trasparenza nell’uso dei fondi pubblici, segnalando infrastrutture costruite ma non attivate e una parziale mancanza di controllo sull’efficacia reale degli investimenti.
🔸 Reclami e percezione del marchio
Sebbene non venda direttamente ai clienti finali, Open Fiber paga il prezzo della reputazione: disservizi, assistenza difficile da contattare, informazioni poco chiare.
Nella mente del cliente, la distinzione tra chi “posa la fibra” e chi “la vende” è sottile, e quando qualcosa non funziona la colpa finisce sempre in alto, su chi ha il nome nel tombino.
🔸 Questioni legali e contenziosi
Sono ancora aperti contenziosi con Infratel e altri soggetti legati all’esecuzione delle concessioni pubbliche.
Le vertenze riguardano tempi, penali, modifiche contrattuali e responsabilità sui ritardi.
Un campo minato legale che, per ora, rallenta più dei cavi stessi.
Una rete pubblica in cerca di fiducia
Al netto di tutto, Open Fiber resta la spina dorsale del digitale italiano.
Ha reso possibile la concorrenza infrastrutturale, ha cablato aree dimenticate e ha imposto standard tecnologici che fino a dieci anni fa sembravano fantascienza.
Ma si porta dietro il peso tipico delle grandi opere italiane: ritardi, contenziosi e diffidenza.
È come se il Paese avesse sempre bisogno di un colpevole: se la rete non va, si punta il dito contro chi l’ha costruita.
Eppure, senza Open Fiber oggi parleremmo ancora di ADSL “potenziata” e modem lampeggianti.
Il futuro (e la lezione)
Nel 2025, Open Fiber lavora alla piena attuazione del piano Italia 1 Giga, all’integrazione dei progetti PNRR e alla progressiva convergenza verso un mercato delle reti più coordinato — forse, un giorno, persino una rete unica.
Ma la vera sfida non è tecnica: è culturale.
Significa far capire che la fibra non è una “promessa commerciale”, è un’infrastruttura. E come ogni infrastruttura pubblica, richiede manutenzione, governance e responsabilità condivisa.
Tirando le somme
Open Fiber è l’Italia in formato digitale: visionaria, ambiziosa, generosa… e drammaticamente lenta.
È l’esempio di come una buona idea possa diventare un percorso a ostacoli se incontra la burocrazia, la politica e la concorrenza mal gestita.
Ma resta anche una delle poche storie industriali che hanno davvero cambiato il Paese.
Ha portato la fibra dove non arrivava nessuno, e anche se spesso è arrivata tardi, ha aperto la strada a un nuovo modo di pensare la connettività: non come prodotto, ma come diritto infrastrutturale.
E questo, nel Paese dei mille rallentamenti, è già una piccola rivoluzione.
Cos’è esattamente Open Fiber?
Open Fiber è un operatore di rete wholesale only: costruisce e gestisce infrastrutture in fibra ottica FTTH, ma non vende servizi ai clienti finali. La rete viene affittata a operatori come TIM, Vodafone, WindTre, Iliad e altri.
Open Fiber è di TIM?
No. Open Fiber è controllata da CDP Equity (60%) e dal fondo australiano Macquarie (40%). TIM non ne fa parte, ma utilizza in alcuni casi la rete Open Fiber per offrire i propri servizi.
Perché in alcune zone la fibra Open Fiber non è ancora attivabile?
In molti comuni la rete è stata posata ma non ancora collegata ai singoli civici: i cosiddetti “sfiorati” o “sfibrati”. I ritardi dipendono spesso da permessi, lavori in corso o mancata connessione alle dorsali principali.
Qual è il contributo principale di Open Fiber allo sviluppo digitale italiano?
Ha imposto il modello FTTH vero, spingendo tutto il mercato – TIM compresa – a superare il vecchio misto rame. Ha accelerato la diffusione della fibra e stimolato una concorrenza più sana nel settore.
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[…] non sono un’eccezione, ma una costante che va governata; a livello nazionale, si sono accumulate penali per oltre 280 milioni di euro a causa di ritardi, un dato che sottolinea la criticità di una gestione […]