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RAN sharing 5G: perché TIM e Fastweb+Vodafone hanno deciso di “dividersi le antenne” (e perché non è beneficenza)

09/01/2026 by Massimo Marucci Lascia un commento

RAN sharing 5G tra TIM e Fastweb+Vodafone con condivisione delle antenne in Italia

Perché la condivisione delle antenne non è una rivoluzione romantica, ma una scelta industriale (e cosa cambia davvero per copertura, qualità e imprese)

TIM e Fastweb+Vodafone hanno annunciato un accordo preliminare di RAN sharing per accelerare lo sviluppo del 5G in Italia, con un contratto definitivo atteso entro il secondo trimestre 2026, previa autorizzazione di MIMIT, AGCM e AGCOM. Gruppo TIM

Ora: quando leggi “accordo”, “condivisione”, “sostenibile”, “inclusione digitale” ti viene voglia di abbracciare un traliccio e piangere dalla commozione? Trattieniti. Non è una favola Disney. È una cosa molto più italiana e molto più interessante: è matematica industriale.

E la matematica industriale, di solito, arriva quando:

  1. i costi sono veri,
  2. i ricavi sono timidi,
  3. la realtà non sta più dentro gli spot.
Il succo della storia
  • Il RAN sharing 5G significa: antenne e apparati radio condivisi, offerte commerciali separate.
  • L’accordo punta soprattutto ai comuni sotto i 35.000 abitanti, dove “duplicare” costa e rende poco.
  • Può migliorare copertura e tempi di rollout, ma non è automaticamente “5G migliore” per tutti.
  • Il vero test: qualità reale, gestione delle priorità, trasparenza e vigilanza regolatoria.

RAN sharing 5G: che cos’è (spiegato senza far addormentare nessuno)

Il RAN sharing 5G è, in sostanza, l’idea rivoluzionaria di non costruire tre reti radio identiche nello stesso posto solo per dimostrare virilità infrastrutturale.

In pratica: in certe aree, un operatore può usare l’infrastruttura radio dell’altro (antenne, apparati, siti), evitando duplicazioni. Il comunicato lo dice chiaramente: l’obiettivo è efficienza e copertura più ampia e sostenibile.

Attenzione: viene ribadito anche un concetto politicamente utile e tecnicamente importante: autonomia commerciale e indipendenza tecnologica. Traduzione: niente “un’unica rete nazionale con tre loghi appiccicati sopra” (almeno sulla carta).

Il bersaglio del RAN sharing sono i comuni sotto i 35.000 abitanti

Qui arriva la parte che mi piace, perché è concreta. Secondo quanto riportato da Reuters, il progetto si focalizza sui comuni con meno di 35.000 residenti. Reuters E sai perché? Perché lì il mercato ti guarda e ti dice: “Vuoi fare tre reti? Fai pure. Ma poi non piangere quando devi ripagarti il ferro.”

Nei territori a bassa densità:

  • fare siti nuovi costa,
  • l’energia costa,
  • l’affitto del tetto costa,
  • la manutenzione costa,
  • e il traffico non sempre “giustifica” tre investimenti paralleli.

Quindi succede la cosa più naturale del mondo: condividere. Che, tra l’altro, è esattamente l’opposto della narrativa da volantino:
“Abbiamo investito miliardi!!!” Sì, ok. Ma adesso iniziamo anche a investirli con criterio.

RAN sharing 5G e risparmi: la parola che non troverai negli spot

Reuters parla di risparmi potenziali nell’ordine di 250–300 milioni di euro per operatore in 10 anni. Reuters Ecco: qui si capisce tutto. Non si fa il RAN sharing perché “si vogliono bene”. Si fa perché:

  • i margini sono sotto pressione,
  • il 5G “serio” (quello standalone, quello con evoluzione di rete) costa,
  • e il settore italiano, iper-competitivo, è campione mondiale di una disciplina: fare a pugni sui prezzi e poi stupirsi se nessuno ha soldi.

Cosa cambia davvero per imprese e PMI

Qui entra la domanda che interessa a chi lavora e paga fatture: “Quindi da domani prende meglio?” Risposta onesta: dipende (lo so, è odiosa, ma è vera). Potenziali benefici:

  • copertura più rapida in aree dove prima si andava “con calma” (cioè: mai),
  • meno buchi e meno “zone grigie” dove il 5G esiste solo nelle presentazioni,
  • più siti disponibili senza rifare tutto da zero.

Ma… (c’è sempre un ma)

Il RAN sharing non è una bacchetta magica:

  • se condividi infrastruttura, devi gestire bene priorità, capacità e qualità,
  • devi assicurarti che il cliente non scopra che “condiviso” significa “congestionato” nelle ore sbagliate,
  • e soprattutto: devi essere trasparente su dove e come lo fai.

Nel comunicato stampa di TIM l’intenzione è chiara: estendere copertura ad aree poco servite e migliorare qualità per famiglie e imprese. Bene. Adesso serve il secondo passo: farlo davvero, misurarlo, e non raccontarlo con la solita poesia.

CS-RAN-SharingDownload

RAN sharing 5G e concorrenza: la paura (legittima) del “tanto sono tutti uguali”

È il punto delicato. Quando la gente sente “condivisione rete”, il film mentale è: “Ecco, adesso diventano uno solo e noi paghiamo uguale.” Qui entra la parte regolatoria: l’accordo è soggetto ad autorizzazioni di MIMIT, AGCM e AGCOM. Non è un dettaglio burocratico: è il freno a mano che serve per evitare che l’efficienza diventi pigrizia e la pigrizia diventi cartello.

E infatti il comunicato insiste sul fatto che resta autonomia commerciale. Il punto non è “si uniscono”, il punto è: si dividono i costi dove ha senso, e continuano a competere su servizi, prezzi, assistenza e qualità. Che poi, se mi permetti una cattiveria: magari la competizione tornasse lì, invece che sulla tariffa “a 5 euro e un pacchetto di patatine”.

Cosa guardare da qui al secondo trimestre 2026

Se vuoi fare l’analista (senza pipa, senza Twitter, senza frasi tipo “game changer”), guarda tre cose:

1) Dove si applica il RAN sharing 5G

L’accordo parla di “aree interessate”. La differenza tra promessa e impatto è tutta lì: quali comuni, quali regioni, quali siti.

2) Qualità reale, non “icone”

Il giorno in cui vedrò un comunicato stampa con scritto: “Abbiamo ridotto le chiamate che cadono del X%” giuro che smetto di essere sarcastico per 24 ore.

3) Tempi e governance

Il definitivo è previsto entro il secondo trimestre 2026. Ottimo. Ma “definitivo” non significa “finito”: significa “iniziamo sul serio”.

Morale della favola (senza violini)

Io la vedo così: il RAN sharing 5G è un segnale di maturità industriale. E sì, può essere una buona notizia per chi vive e lavora fuori dai grandi centri. Ma ricordiamoci una cosa: questa non è una storia di romanticismo tecnologico. È una storia di sopravvivenza economica e razionalizzazione. Che non è brutto. Anzi: è spesso l’unico modo per far succedere le cose davvero. Solo che, per una volta, sarebbe bello che la narrazione fosse onesta: Non “il 5G vola”. Piuttosto: “smettiamo di costruire tre volte la stessa cosa dove non serve, e usiamo quei soldi dove servono davvero.” Ecco. Questo sì che sarebbe un claim credibile. Ma capisco che renda meno di “WOW 5G ULTRA MAX TURBO”.

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L’AUTORE DI QUESTO BLOG

Massimo Marucci, consulente di telefonia aziendale, ritratto professionale in ufficio

Sono nato e vivo a Monza. Un diploma da Grafico Pubblicitario, un altro da Perito Commerciale e oltre vent’anni di esperienza nel mondo delle telecomunicazioni. Marito di Tiziana, padre di Francesca e (da quando è arrivato Pepe, il chihuahua adottato) pure dog-sitter part-time. Mi appassionano l’arte, la comunicazione e – ovviamente – le tecnologie.
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