
Prometteva rivoluzioni digitali, NFT e tariffe per creator. È finita con una portabilità scontata e l’ennesimo addio al mercato. Cronaca tragicomica dell’ultimo operatore virtuale finito offline.
Quando mi parlarono per la prima volta di Elimobile, confesso che pensai si trattasse di una nuova bevanda energetica. Sai quelle lattine dai colori improbabili, piene di promesse tipo: “ti svegli, conquisti il mondo e ti crescono anche i capelli”? Ecco, più o meno quella sensazione lì. Adesso, però, voglio parlarvi della Chiusura di Elimobile e di cosa significa per tutti noi.
Elimobile era un operatore virtuale. Anzi, molto più di un semplice MVNO (Mobile Virtual Network Operator, per i non addetti ai lavori): era un ecosistema digitale. Cioè, così dicevano. Parole chiave? NFT, metaverso, socialcoin, community, creator economy. Telefonia? Boh, forse anche. Ma non era il focus.
Il solito inizio col botto (finto)
Lancio in grande stile, testimonial famosi (tu quoque, Cracco, fili mi!), comparsate tv, influencer col microfono in mano e giga nei reel. La promessa? Rivoluzionare il mercato. “Un nuovo modo di comunicare”, “tariffe create per i giovani”, “un mondo di contenuti esclusivi per chi sceglie Elimobile”.
Per la cronaca: il mondo di contenuti si è ridotto presto a un messaggio di addio sul sito, con tanto di codice sconto per emigrare su CoopVoce.
Dal metaverso alla porta d’uscita
Ora è ufficiale: Elimobile chiude. Nella nota si legge che gli utenti possono fare portabilità entro il 9 marzo (eh sì, la notizia era già nell’aria da settimane), passando a CoopVoce con il codice “ELICOOP”. SIM gratis. Primo mese gratis. Se scegli Evo 30, lo paghi 4,90€ al mese. Per sempre. Almeno la via d’uscita è dignitosa, dai. Ma intanto, con la Chiusura di Elimobile, un altro sogno telefonico va in frantumi.
Il problema non è Elimobile. È il modello.
Perché non è la prima volta. E non sarà l’ultima. Ogni anno nascono nuovi operatori con nomi da start-up e promesse da campagna elettorale. Ma alla fine il mercato è spietato, soprattutto in Italia dove:
- se il cliente non ha linea, ti chiama subito incazzato nero (non ti manda una mail carina);
- se gli rispondi dopo 3 giorni, ti ha già sostituito con un altro operatore;
- e se non hai un’assistenza vera, ti sputtana su tutti i forum e social possibili e immaginabili.
A me è bastata una telefonata con un potenziale cliente (ex Elimobile), che mi ha detto:
“Guardi, signor Marucci… io mi sono iscritto a Elimobile per curiosità, ma quando ho provato a chiamare l’assistenza mi ha risposto un bot in dialetto romagnolo.”
Non so se fosse vero, ma il tono era tra il tragico e il surreale.
Morale della favola (senza filtro)
Fare telefonia non è come aprire un profilo TikTok. Non basta un testimonial, una bella landing page e due promesse mirabolanti. Servono:
reti serie (TIM, Vodafone, Wind… non una spolverata di metaverso),
supporto umano (vero, non scritto da ChatGPT),
e un modello sostenibile, che non si sciolga al primo caldo.
Il cliente aziendale, il commerciante, l’artigiano, il professionista non vuole NFT. Vuole una linea stabile, un’assistenza che funzioni e chiarezza. E magari una persona che lo segua sul serio, non uno che gli manda una GIF motivazionale. La recente Chiusura di Elimobile ne è un esempio.
Il cimitero dei virtuali
Con Elimobile, il cimitero degli operatori virtuali si arricchisce di un altro nome. Sta lì vicino a Bip Mobile, Rabona, e altri marchi che promettevano mare e monti… e poi non pagavano nemmeno le interconnessioni. Insomma, la Chiusura di Elimobile si aggiunge alla lista dei fallimenti più o meno annunciati.
Io intanto resto qui, nella mia piccola (ma concreta) realtà. Da oltre vent’anni, TIM Business. Soluzioni vere, clienti veri, offerte scritte su foglietti veri. Zero metaverso, zero fuffa. Solo telefonia fatta bene.
E quando arrivano i superstiti dei fallimenti, li accolgo. Come un oste che, dopo una serata di cocktail improbabili, ti serve finalmente un bicchiere di buon Barbera con la pasta al ragù.

Lascia un commento