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Telecomunicazioni in Italia: clienti felici, mercato malato. Il paradosso del Kearney Index 2025

13/09/2025 by Massimo Marucci Lascia un commento

Castello di sabbia al tramonto minacciato da un’onda in arrivo, metafora del mercato delle telecomunicazioni fragile.

Prezzi bassi, pochi investimenti, 5G in ritardo: ecco perché il settore TLC italiano è fanalino di coda in Europa nonostante la soddisfazione dei clienti

⚡
Il succo del discorso
  • L’Italia si classifica ultima in Europa nel Kearney Telecom Health Index 2025 con un punteggio complessivo di 57, evidenziando la scarsa performance finanziaria.
  • La concentrazione di operatori migliora la salute del mercato: mercati con meno operatori risultano più sani e con margini superiori.
  • Il 70% degli europei vive in paesi con indici di mercato poco sani, contribuendo a una competitività continentale debole.
  • Nonostante una copertura 5G elevata, l’adozione attiva rimane bassa, portando a un ROI debole e a investimenti cauti nel settore.
  • Per migliorare la situazione, servono regole stabili, consolidamento ragionevole e monetizzazione intelligente di 5G e fibra.

Il paradosso che ci riguarda tutti (Kearney Telecom Health Index 2025)

Te la dico come la racconterei a un amico al bar. Il Kearney Telecom Health Index 2025 mette l’Italia ultima su 20 Paesi europei con un punteggio complessivo 57. Non è solo un numero: dentro ci sono la performance finanziaria (da noi disastrosa, 41), la capacità commerciale (59), il deployment tecnologico (61), l’ambiente di business (70) e il sentiment dei clienti (78). E qui sta il paradosso: i clienti sono abbastanza contenti, ma il settore è in apnea. È come godersi il panorama dalla cima di un castello di sabbia senza notare la marea che sale.

Kearney Telecom Health Index 2025: classifica di 20 paesi europei con l’Italia ultima (overall score 57)
Figura – Kearney Telecom Health Index 2025: Italia ultima per “salute” del settore TLC (overall 57). Fonte: Kearney.
Top 5 e Bottom 5 – Overall score Kearney Index 2025
RankPaesePunteggioRankPaesePunteggio
1Norvegia8216Romania61
2Svezia8117Irlanda61
3Svizzera7618Regno Unito60
4Finlandia7619Belgio58
5Francia7620Italia57

Mercati più sani dove gli operatori sono meno (e meglio capitalizzati)

Nel report c’è un messaggio semplice: la concentrazione fa bene alla salute del settore. I Paesi con tre MNO performano meglio dei mercati a quattro MNO: l’overall medio è 70 vs 67, ma la differenza vera è nei conti, con EBITDA 35% vs 31% e ROCE più alto. In pratica: con meno guerriglia sui prezzi si riesce a finanziare la rete. Non è un invito al cartello, è buon senso industriale.

La dimensione non basta: il 70% degli europei vive in Paesi “poco sani”

Un altro dato che fa riflettere: il 70% della popolazione europea abita in Paesi che stanno nella metà bassa dell’Indice. E i bottom 10 rappresentano quasi due terzi del PIL dei 20 Paesi analizzati. Tradotto: le grandi economie zoppicano. È un problema di competitività continentale, non solo italiano.

5G: adottato sì, monetizzato no

Sulla carta, l’Europa è messa bene: copertura 5G 87%. Ma gli utenti 5G attivi sono solo il 38%, contro il 51% del Nord America. Il risultato? ROI debole e poca voglia di spingere i prossimi upgrade (incluso il 5G SA, dove gli USA arrivano a ~24% delle richieste Speedtest contro il ~2% europeo). Da qui il nostro “5G iconcina”: c’è il logo sul telefono, ma senza un modello commerciale che incentivi l’upgrade di massa, vale poco.

Fibra: conta posarla, ma conta di più attivarla

Kearney divide i Paesi in tre gruppi. Quelli virtuosi (Gruppo A) uniscono alto rollout e alto take-up: hanno overall 74, punteggio tecnologia 78 e sentiment 82. Il confronto è istruttivo: Gruppo A vs Gruppo B (rollout alto ma take-up basso) vede ROCE 11% vs 6%. Insomma, la fibra rende se la accendi, non se la tieni spenta. Il Gruppo C monetizza ancora le reti legacy (EBITDA medio 36%), ma resta indietro su velocità e prospettiva. Esempi parlanti: Paesi B come i Paesi Bassi (forte HFC, take-up fibra 38%) e Paesi che si muovono rapidi come la Grecia (take-up fibra +46% YoY) perché la velocità media su fisso è bassa (~63 Mbps vs media Index ~171 Mbps): lì la domanda di upgrade esplode.

Prezzo basso piace, ma la qualità sposta davvero l’ago

Non è solo questione di sconti. Nei Paesi con customer sentiment più alto (tipo Svizzera 84 e Svezia 85) il peso dell’ARPU sul reddito è più alto (~1,8% e ~1,5% vs media ~1,3%), ma la gente è più soddisfatta perché rete, copertura, velocità e assistenza valgono i soldi spesi. Il dato chiave: i top 10 per soddisfazione hanno technology deployment 75 contro 63 dei bottom 10, a parità quasi di peso ARPU. Morale: paghi se senti il valore.

E l’Italia in tutto questo?

Noi siamo la cartina tornasole del paradosso europeo: customer sentiment 78 ma performance finanziaria 41. Tariffe basse = meno margini = investimenti col freno a mano. Risultato: 5G che non decolla davvero e fibra che corre a macchia di leopardo nella percezione d’uso (attivazioni) più che nella posa. Finché la strategia resta “fare prezzo”, continueremo a costruire castelli di sabbia.

Che cosa serve (oltre gli slogan)

Servono tre cose molto concrete:

  • Regole stabili che premino chi investe (non chi fa dumping a trimestre).
  • Consolidamento ragionevole: meno risse di prezzo, più capitali sulla rete.
  • Monetizzazione intelligente: spingere il 5G “vero” (SA), valorizzare l’upload, e fare take-up fibra con offerte che motivino davvero il passaggio (servizi, SLA, qualità misurabile).

Se la rete migliora davvero, anche gli italiani, abituati alla bolletta leggera, accettano di pagare il giusto. È già successo altrove.

Approfondimenti: Kearney – European Telecom Health Index · GSMA – Mobile Infrastructure Investment Landscape · AGCOM – regolazione italiana · BEREC – linee guida europee

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Massimo Marucci, consulente di telefonia aziendale, ritratto professionale in ufficio

Sono nato e vivo a Monza. Un diploma da Grafico Pubblicitario, un altro da Perito Commerciale e oltre vent’anni di esperienza nel mondo delle telecomunicazioni. Marito di Tiziana, padre di Francesca e (da quando è arrivato Pepe, il chihuahua adottato) pure dog-sitter part-time. Mi appassionano l’arte, la comunicazione e – ovviamente – le tecnologie.
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